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Editoriali 15 NOVEMBRE 2024 3 MIN LETTURA

L’elefante nella stanza: BioWare e Dragon Age: The Veilguard, un’inclusività mal contestualizzata

Un po' geek e un po' nerd. Mi dedico ai videogioco, ma ho un'occhio di riguardo per il mondo della tecnologia. Tra Star Trek e Star Wars vi dico Battlestar Galactica.

L’elefante nella stanza: BioWare e Dragon Age: The Veilguard, un’inclusività mal contestualizzata
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L’elefante nella stanza: BioWare e Dragon Age: The Veilguard, un’inclusività mal contestualizzata

Non ero certo se parlarne all’interno della recensione oppure dedicargli uno spazio tutto suo. Però, dopo un breve confronto ho deciso di optare per la seconda opzione.

In Dragon Age: The Veilguard è presente un problema dato dal team che ne ha curato lo sviluppo: l’inclusività. All’interno del videogioco sono presenti numerosi personaggi che si ritengono essere Non Binari, questo significa che non si identificano né in un uomo e né in una donna. Il problema alla base è dato dalla mancata contestualizzazione di ciò. Un esempio chiaro e tondo che mi sento di portare in questo caso è la sequenza in cui Taash – uno dei personaggi che compone la squadra di Rook – dichiara alla propria madre di essere una persona Non Binaria. Nel confronto che segue tra le due, è proprio la madre a innescare e valorizzare il mio pensiero. All’interno della cultura Qun, viene utilizzato il termine “aqun-athlok” quando una persona non si identifica nel genere di nascita, a dirlo in Dragon Age: The Veilguard è proprio la madre di Taash, Shathann. È chiaro che la situazione non sia la medesima, ma con questo voglio sollevare un dibattito: perché non concepire un termine che potesse essere ben contestualizzato in Dragon Age?

Andando anche oltre la questione Non Binaria, e di conseguenza alla Schwa – anch’essa utilizzata più volte e in alcune circostanze impropriamente -, da persona che abbraccia i diritti LGBTQ+, trovo un poco disdicevole che BioWare abbia deciso di sposare principalmente la battaglia delle persone Non Binarie, lasciando indietro tutte le altre sfaccettature che caratterizzano la nostra civiltà. Il team di BioWare ed Electronic Arts (assieme agli influencer ed alcune testate/portali) hanno imbastito una campagna marketing anche per il sistema di creazione del personaggio, dove è possibile scegliere se adottare le cicatrici per l’operazione della rimozione del seno, però non viene presa posizione per le persone transgender. A onor del vero, nella creazione del personaggio è possibile decidere il rigonfiamento dei genitali maschili, ma senza mai scendere nello specifico. In tal senso trovo che Baldur’s Gate 3 di Larian sia un prodotto estremamente più inclusivo e personalizzabile, consentendo una libertà – seppur limitata dall’assenza di alcune impostazioni – nettamente superiore.

La mia più personale opinione, è che non c’è nulla di peggio che delle battaglie affrontate a metà. Inserire personaggi Non Binari non è produrre un videogioco per tutta la comunità LGBTQ+. È semplicemente un modo per battere il martello sul trend del momento, giacché non si discute più dell’orientamento sessuale, come l’omosessualità o la pansessualità, o di chi decide di affrontare il percorso della transizione di genere. No, perché sono aspetti che sui social non importano più a nessuno. Il team di BioWare ha deciso di vestire il ruolo del tipico politico che decide di non prendere una posizione totalitaria, sperando di non infastidire il grande pubblico. Sì, carino vedere il fabbro con una figlia di un’etnia differente, altro trend caldo negli Stati Uniti, eppure non mi sembra di aver visto famiglie composte da due uomini o da due donne.

Con questo voglio dire una semplice roba. Sta bene inserire in un videogioco temi come il non sentirsi adeguati nel proprio stesso corpo, ma se fatto male e in maniera banale – come si ha curato la scrittura del resto del gioco – finisce solo per ripercuotersi sulla community LGBTQ+ alimentando l’odio da parte dei giocatori medi, e non solo degli estremisti.

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