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Notizie 05 MAGGIO 2026 4 MIN LETTURA

Saros — Recensione del trionfo Housemarque

Leggi la nostra recensione di Saros, la nuova esclusiva PS5 di Housemarque. Un roguelite sci-fi mozzafiato che fonde bullet hell e narrazione profonda.

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Saros
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Saros

// PIATTAFORME PlayStation 5
// USCITA 30/04/2026

Quando un team del calibro di Housemarque annuncia un nuovo progetto, le aspettative sono fisiologicamente altissime. Con Saros, lo studio finlandese — sotto l’egida protettiva di Sony Interactive Entertainment e dei PlayStation Studios — non si è accontentato di firmare un banale seguito spirituale del bellissimo Returnal. Ha invece scelto di prenderne la formula e smontarla, per poi ricostruire un’esclusiva PlayStation 5 che punta a ridefinire i confini del genere. Il risultato è un’opera che, pur non nascondendo le proprie radici, si emancipa dai dogmi del passato grazie a una direzione molto più focalizzata e consapevole, riaffermando lo studio di Helsinki come una punta di diamante nell’attuale panorama action. Abbiamo provato il gioco tramite una key gentilmente inviata da Sony.

Storia e comparto narrativo

Dimenticate l’ermetismo quasi punitivo dei lavori precedenti: questa volta la sceneggiatura vuole farsi capire, senza però rinunciare a quell’irresistibile aura di mistero. Vestiamo i panni di Arjun Devraj, uno spietato “risolutore” al soldo della corporazione Soltari, spedito sul pianeta Carcosa (assieme ad una squadra di altri soldati) per fare luce su una serie di disastrose spedizioni scomparse. Ciò che colpisce è come il gioco utilizzi la sua splendida cornice sci-fi dalle tinte cosmic horror per affrontare questioni umane universali: il senso di colpa, l’avidità sfrenata e la fragile tenuta della psiche umana. Attraverso una narrazione ambientale dosata col misurino — fatta di log audio e diari logori — e interpretazioni attoriali di prim’ordine, la trama scorre via insinuandosi sotto la pelle del giocatore, schivando abilmente i cliché e regalandoci un mistero che tiene incollati fino ai folgoranti titoli di coda.

Gameplay e meccaniche

Pad alla mano, le sensazioni sono quelle di un meccanismo ad orologeria. L’ibridazione tra sparatutto in terza persona, struttura roguelite e puro delirio bullet hell tocca qui vette di eccellenza quasi insperate. Il vero punto di rottura rispetto al passato si chiama Scudo Soltari: non un semplice blocco difensivo, ma un’esca tattica capace di fagocitare i proiettili nemici per poi vomitarli sotto forma di potenziamenti devastanti per il nostro arsenale. A scompigliare le carte interviene poi la meccanica dell’Eclissi, un azzardo calcolato che il giocatore può innescare per “corrompere” temporaneamente l’ambiente circostante. L’esito? Nemici molto più aggressivi, ma loot esponenzialmente più ricco. Questo delicato bilanciamento tra rischio e ricompensa ravviva le fasi di esplorazione — un mix riuscitissimo tra level design autoriale e generazione procedurale — mentre il nuovo sistema di progressione permanente (l’intrigante Armor Matrix) ed i Modificatori di Carcosa attenuano, in parte, le frustrazioni fisiologiche del genere. Il livello di sfida resta alto e permette di essere molto scalabile (verso l’alto così come verso il basso), garantendo una longevità totalmente malleabile alle capacità del giocatore, circa 14-15 ore per terminare l’avventura, 20-25 ore per lo sblocco di tutti i trofei presenti.

Comparto tecnico ed audio

Da un punto di vista strettamente tecnico, bisogna dirlo: stiamo guardando in faccia la vera next-gen. Sfruttato con una perizia invidiabile, l’Unreal Engine 5 muove un mondo alieno che lascia letteralmente senza fiato. Lo stile artistico dà forma a un incubo biomeccanico fatto di ciclopiche rovine e aberrazioni tentacolari, il tutto tenuto insieme da animazioni di una pulizia chirurgica, vitali per leggere l’azione nel bel mezzo del caos balistico. E a dispetto della mole di particellari a schermo, la stabilità tecnica non vacilla mai: su PS5 Pro, i 60 frame al secondo sono granitici mentre si gioca; nel corso dell’avventura si alterneranno cutscene a 60 e 30 frame al secondo (per enfatizzare l’aspetto registico e cinematografico, sapientemente ben gestito) in-game e filmati in CGI. Menzione d’onore, infine, per un sound design tridimensionale che definirei asfissiante, nel senso migliore del termine. L’uso magistrale dei rumori di fondo e una colonna sonora ansiogena e stridente rendono l’utilizzo delle cuffie quasi un obbligo morale, essenziale per lasciarsi inghiottire definitivamente dall’ostile ecosistema di Carcosa. Ottimo anche l’utilizzo del DualSense, il team di sviluppo è riuscito ad affinare ulteriormente l’uso dei dorsali e delle vibrazioni per restituire un’esperienza di shooting (e ricarica) davvero coinvolgente e ben studiata, oltre che divertentissima.

Conclusioni finali

Tirando le somme, l’ultimo sforzo di Housemarque è molto più di un ottimo videogioco: è una vera e propria lezione di game design contemporaneo, che dimostra come sia possibile fondere un’impalcatura narrativa matura con l’azione nuda e cruda da sala giochi. Saros è magnetico, spietato ma profondamente giusto; un’opera d’arte digitale che esige pazienza e riflessi pronti, ma che sa come ricompensare ogni singola goccia di sudore versato sul pad nei meandri di Carcosa. Se amate le sfide e cercate un prodotto confezionato con una cura maniacale in ogni suo aspetto, non c’è davvero motivo di esitare, Saros si conferma l’opera magna per eccellenza targata Housemarque.

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